Incontro con Paolo Borrometi alla parrocchia Sacra Famiglia

Era piccolo, si trovava ad un ricevimento per una prima comunione quando a un certo punto vide tutti gli adulti radunarsi attorno al televisore; chiese a suo padre cosa fosse successo e si accorse che questi aveva gli occhi lucidi. “Quel giorno qualcuno pensava di distruggere la vita di quelle persone e non solo”. Così ha iniziato Paolo Borrometi, incontrando un pubblico non numerosissimo ma molto attento al lungo appuntamento col giornalista, oggi alla ribalta per gli atti violenti e le minacce subite da poveracci, più conosciuti con l’epiteto di mafiosi, a causa del suo lavoro.

È stata una serata davvero intensa, in cui Paolo non si è risparmiato e ha dato tutto se stesso, con la semplicità ed il coraggio che lo contraddistinguono, incutendo nel cuore degli intervenuti un più alto senso di responsabilità nel vivere quotidiano e nell’impegno civile contro l’illegalità e dunque contro questi esseri che tanto male fanno alla nostra comunità.

Paolo non si definisce un giornalista antimafia, non crede in queste distinzioni. Lui si definisce semplicemente giornalista, affermando che esistono solo persone che si impegnano. “Io non sono le minacce che subisco, io sono le inchieste giornalistiche che continuo a fare”.

Parla di una Siracusa degradata, dove chi viene trovato con kg di droga non può essere arrestato, di una comunità in cui i cittadini devono stare molto attenti. Parla dello spaccio di droga, della gravità con cui qualcuno ritiene di poter fare soldi e riciclarli, definendoli soldi sporchi di sangue che fra le altre cose creano concorrenza sleale.

Di una Sicilia che non è terra di mafia, ma è una terra dove c’è mafia. Come a Scicli, dove il Comune gli avvisi di pagamento ai boss che non pagano le tasse non li invia nemmeno. Invita i cittadini a stare attenti, sempre, a qualsiasi fenomeno. Ci porta quindi in Germania, che nei giorni della strage di Duisburg se ne fregarono e oggi si ritrovano con la ‘ndrangheta.

Questo e tanto altro. E alla fine invita a non avere paura, a stare sempre dalla parte dello Stato, che c’è: “lo Stato è più forte e lo Stato siamo noi”. Quindi l’affondo finale: “Non c’è un mafioso morto nel proprio letto. Tutti arrestati o uccisi fra loro”. E ancora “Se sto cercando la morte e questo vuol dire togliere di torno questa gente allora va bene”.

E nonostante la tarda ora si concede alle numerosissime domande del pubblico, giovani, adulti bambini.

Grazie Paolo.

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